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Avvento: attesa, nostalgia, speranza

Avvento vuol dire venuta e vuol dire attesa. Il Signore è già venuto, nel mistero dell’Incarnazione, ma deve ancora venire.

C’è in noi uno spazio esistenziale vuoto della sua presenza: “venne fra i suoi,/e i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1, 11). Gesù ancora “sta alla porta e bussa”. Saprà il nostro cuore aprirgli la porta?

La nostra è un’attesa vigilante e orante, dove si uniscono le preghiere di nostalgia, di invocazione e di speranza. L’Avvento è un tempo forte dell’anno liturgico, ma è contemporaneamente la connotazione di tutta la nostra vita. La nostra vita è un Avvento.

Gesù è “Colui che viene”, viene sempre, non finisce mai di venire.

Noi desideriamo la sua venuta mentre prendiamo coscienza del vuoto di Vangelo nella nostra esistenza: Gesù è assente, non perché vuole essere assente, ma perché noi lo abbiamo rifiutato.  Maria di Maggdala Gesù chiede: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” (Gv 20, 15).

E lei, agli angeli aveva detto: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto” (Gv 20, 13).

Anche noi possiamo dire: hanno portato via il mio Signore dalla nostra società scristianizzata. E io lo cerco, lo cerco affannosamente, appassionatamente. Lo cerco e piango per la sua dolorosa assenza.

L’Avvento è una ricerca profonda di Cristo, è una invocazione struggente della sua venuta: con i primi cristiani, anche noi invochiamo: “Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22, 20).

 

Mons. Giuseppe Greco