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Gesù a Nazaret – La missione dei Dodici – La morte di Giovanni Battista – Prima moltiplicazione dei pani – Gesù cammina sulle acque.

Gesù ritorna nella sua patria preceduto e accompagnato dalla sua fama di profeta e di operatore di prodigi. I suoi compaesani sono alquanto scettici su quello che sentono dire di lui: lo conoscono così bene; ha vissuto per trent’anni in mezzo a loro; conoscono tutta la sua parentela; cos’è ora questo che sentono dire di lui? “E si scandalizzavano di lui“, per la sua dot­trina mostrata nella sinagoga, per i miracoli che compiva.

La confidenza, la familiarità sono a volte un ostacolo ad accet­tare la novità e la diversità di un conoscente, lo dice il proverbio stesso: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua “. Perciò qui Gesù non potè compiére alcun mi­racolo, perché mancava la molla che fa scattare il miracolo: la fidu­cia in colui che parla e opera.

Intanto Gesù pensa già alla continuazione della sua opera, per­ciò comincia a far fare praticandato ai suoi discepoli, inviandoli a due a due a predicare. Alla parola si deve accompagnare uno stile di vita, che renda credibile e vera la loro predicazione, perciò: “non prendessero nulla per il viaggio: ne pane, nè bisaccia, nè denaro nella cintura”.

Là dove l’uomo non si appoggìa sulle sicurezze dei mezzi ma­teriali, la provvidenza e l’aiuto di Dio può manifestarsi in modo più chiaro.

Nel bilancio complessivo bisogna mettere sempre in preven­tivo anche l’insuccesso, ma non sarà questo a fermarli, anzi sarà il segno che devono rivolgere altrove, verso gente più ben disposta, la loro attività missionaria.

L’essere chiari e decisi nei rapporti con gli altri, senza acco­modamenti e compromessi, può essere per essi un motivo di rifles­sione e di richiamo al ravvedimento.

Non c’è possibilità di accesso alla comprensione del Regno, se non dopo una sincera e radicale conversione: tutto comincia dal ri­conoscere il proprio stato di bisogno; perciò gli apostoli predi­cavano “che bisognava convertirsi “.

La fama e l’autorità di Gesù si diffonde dappertutto e la gente non sa darsene una spiegazione plausibile, solo riesce a parlare di lui e delle sue opere paragonandolo ad altri illustri uomini santi che l’hanno, preceduto. Alcuni dicevano: “E’ Elia; altri; è un profeta; altri ancora è Giovarmi il Battista che è risorto”.

La presenza di un giusto provoca stupore in alcuni e rimorso nei malvagi, perciò anche Erode al sentire queste cose si turba, per­chè Giovanni il Battista l’ha fatto uccidere lui; e se fosse risorto dav­vero?

Erode non avrebbe mai voluto uccidere Giovanni, perché aveva di lui una grande stima, ma l’aveva imprigionato perché non poteva permettere che andasse in giro accusando il ridi convivere con la moglie del fratello Filippo. “Non ti è lecito avere la moglie di tuo fratello – diceva Giovanni – Per questo Erodiade lo odiava e vo­leva farlo uccidere”.

E l’occasione le viene offerta da una festa del compleanno di Erode, quando la figlia Salomè ballò così bene davanti alla corte, che Erode le permise come ri­compensa qualunque cosa avesse chiesto. E la ragazza, sobillata dalla madre, chiede al re davanti a tutti la testa di Giovanni Battista.

Il re avrebbe voluto rifiu­tarsi, ma la fama di passare per spergiuro lo fa accondiscendere, anche se malvolentieri, alla richi­esta della ragazza. Così la testa di un uomo vero e coraggioso diventa il premio per gente malvagia e viziata. Giovanni, il profeta del deserto, tutto di un pezzo, vale più della metà di tutto il regno di Erode. Senza volerlo, Erodiade tributa a Giovanni il più grande onore e ri­conoscimento che si possa dare alla rettitudine e coerenza di un uomo. Capite quanto vale una persona seria, quanto vale un santo?

Al ritorno dalla loro esperienza missionaria, Gesù vorrebbe in­trattenersi confidenzialmente con i suoi discepoli, per sentirli rac­contare i successi, le paure, gli insuccessi, ma la folla sempre pres­sante glielo nega.

Così Gesù riprende la sua missione di annuncio: non può las­ciare affamati coloro che vogliono ascoltare la sua “buona notizia fino al punto da dimenticare anche di mangiare.

Allora Gesù dopo averli saziati spiritualmente, con il pane che discende dal cielo, la parola di Dio, li sfama anche material­mente, moltiplicando per loro i cinque pani e i due pesci. Vuole che a questo miracolo partecipino e contribuiscano anche i suoi discepoli, mettendo a disposizione degli altri quel poco che hanno: è il miracolo della solidarietà che rende possibile al poco di diventare molto e bastare per tutti.

Il miracolo del pane viene letto sempre come segno del banchetto eucaristico. Ecco il Signore imbandirà su questo monte un banchetto di laute vivande per i popoli di tutta la terra“, annun­ciava il profeta Isaia. Ecco, ora, il Signore che viene a sfamare con il pane immor­tale della sua parola e col dono del suo corpo l’umanità sfinita e sbandata “come pecore che non hanno pastore”.

Al momento del prodigio, del miracolo che ha stupito e creato tanto entusiasmo nella folla, segue il momento della riflessione e della preghiera nel silenzio per sottrarsi al pericoloso e irrazionale fanatismo della gente.

Nella preghiera Gesù e ognuno di noi ritrova e recupera la sua giusta dimensione: siamo soltanto strumenti nelle mani dell’Onnipo­tente che solo opera meraviglie e sa ciò che è giusto e bene fare.

Dopo aver pregato per un’intera notte, verso le prime ore del mattino, Gesù va incontro agli apostoli soli e stanchi per il lungo re­mare sul lago col vento contrario. Naturale negli apostoli lo spavento e lo stupore nel vedere uno camminare sulle acque: era privilegio solo di Dio e della Sua Sapi­enza, aleggiare sulle acque che ricoprivano la terra. Essi si spaventano, credendo di vedere un fantasma, ma Gesù li rassicura: Coraggio! Sono io; non abbiate paura!“.

Dio! Chi può dire di conoscerlo? Dopo aver mangiato, parlato con lui, ci sembra di capirlo, di conoscerlo bene e poi, inaspettata­mente, egli sfugge ad ogni nostra comprensione, si presenta inaccessibile, lontano, diverso e impenetrabile, fuori da ogni nostro schema che ci eravamo fatti di lui.

E ogni volta ci chiama a ricominciare a conoscerlo in modo nuovo e diverso nelle mille situazioni della vita. Una cosa dev’essere sempre certa: Egli è sempre con noi e non ci deve far paura. Non è un fantasma; è solo il Dio che ci supera e ci precede; è solo più grande di noi; non un sogno, ma un mistero da accogliere con umiltà e allora ce lo ritroveremo accanto che si prende cura dei nostri affami e che guarisce le nostre miserie.

 

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TEMI DA APPROFONDIRE

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  • Cristo è per te una persona viva o un fantasma?