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Catechesi 2015 – Vangelo di Marco, Capitolo 7

La tradizione degli antichi – La donna sirofenicia – Guarigione di un sordomuto.

Il brano che stiamo per esaminare sembra il risultato di una fusione di diversi detti di Gesù, adattati alle esi­genze di una comunità cristiana già in fase di sviluppo e in dissidio col rigido legalismo dei farisei.

Ciò che dà unità e logicità di sviluppo al racconto è il tema di fondo che mette a fuoco uno dei punti fondamentali della morale cristiana: quello spirito interiore che deve sempre animare qualunque manifestazione dell’agire umano, se non si vuole che la pratica religiosa si riduca ad una pura osservanza formalistica dei precetti della legge divina.

L’osservazione dei farisei sul comportamento poco rispettoso delle tradizioni rituali da parte degli apostoli, offre l’occasione a Gesù di smascherare l’ipocrisia dei suoi avversari e di chiarire meglio il suo concetto di purità legale.

I farisei tenevano in gran conto l’insegnamento dei rabbini e ritenevano che avesse lo stesso valore della legge, giacché, secondo essi, tanto la legge quanto la tradizione erano state rivelate da Dio e trasmesse l’una in scritto e l’altra per via orale, attraverso una catena ininterrotta di maestri.

Gesù denuncia l’incongruenza tra lo zelo dei farisei per l’osser­vanza esteriore dei vari precetti della tradizione e la mancanza di spirito interiore, che è poi l’elemento qualificante di ogni azione umana, citando le parole di Isaia che rimproverava ai suoi contem­poranei quell’esteriorità di riti, che non era accompagnata da vero sentimento interiore, né era seguita da una pratica viva della relig­ione.

E’ chiaro che un tale culto non poteva essere gradito a Dio, perché non conforme alla sua volontà, ma a quella degli uomini, che sono un nulla di fronte a Dio.

I farisei mettendo da parte la legge di Dio e attaccandosi a quella degli uomini, dimostrano di non fare alcun conto della parola di Dio. Significativo è il caso in cui si consacrava a Dio un bene che per dovere di pietà familiare doveva essere dato ai genitori bisog­nosi. Con tali sotterfugi si eludeva l’osservanza della legge di Dio, ledendo i diritti altrui.

Per Gesù, invece, l’amore è superiore al sacrificio di beni a Dio, anzi, l’amore di Dio non può essere mai separato da quello del prossimo. Ora, rispondendo più direttamente alla domanda sulla purità legale, Gesù fa notare che mondezza richiesta da Dio non è tanto quella esterna, del corpo, ma quella interiore, del cuore. Ogni morale parte dal cuore, cioè dall’intenzione.

Gesù rivaluta la bontà originaria di tutte le cose create, per cui nessuna cosa può essere per sé impura e contaminante.

I cibi che l’uomo ingerisce per il proprio sostentamento non possono essere causa di impurità morale, perché la loro influenza si esaurisce tutta nella sfera fisiologica e non raggiunge il cuore, ossia la coscienza, a meno che nel mangiare non ci si lasci dominare dalla gola e dall’in­temperanza.

Dal cuore, invece, dal di dentro dell’uomo possono venire fuori le cose non buone, non gradite a Dio, e che fanno male agli al­tri. Allora è il cuore che bisogna purificare e non i cibi?

Lasciata la Galilea, Gesù si rifugia per un po’ di riposo, lon­tano dalla folla pressante e assillante, nel territorio pagano della Si­ria e della Fenicia, ma la sua fama è giunta anche là, per cui molti accorrono per essere guariti da lui. Tra questi si distingue una donna che ha la figlia ‘posseduta da uno spirito immondo’. La sua fede non si ferma neanche di fronte ad un primo rifiuto di Gesù.

Capisce che il pane della parola e della salvezza è prima per i ‘figli” della casa di Israele, ma ciò non toglie che “anche i cagno­lini, sotto la tavola possono mangiare le briciole che cadono ai fi­gli”.

Gesù, come sempre, di fronte a una tale fede, non sa dire di no: “Va’ pure! Il demonio è già uscito da tua figlia”. E’ uno dei po­chi miracoli compiuti a distanza da Gesù: la fede ha la forza di sos­tituirsi anche ai gesti e alla presenza del Salvatore.

L’altro miracolo del sordomuto, invece, viene compiuto con un insieme di gesti: “gli mise le dita nelle orecchie e, presa della saliva, gli toccò la lingua”. Ai gesti si accompagna la parola creatrice di Dio; “Effathà “, che significa: “Apriti!”. Sono i gesti e le parole che ripete il sacerdote nel rito del battesimo per augurare al neobattezzato che possa ascoltare presto la parola di Dio con le orecchie e con le labbra possa lodarlo e annunziarlo.

La solita raccomandazione a non divulgare il fatto, seguita dall’annotazione che avveniva esattamente il contrario e “al colmo dello stupore, dicevano: Ha fatto bene ogni cosa! Fa udire i sordi e parlare i muti!’:

E’ la professione spontanea ed entusiasta della gente della messianicità di Gesù. L’aveva predetto Isaia che al suo arrivo: “si sarebbero aperti gli occhi dei ciechi, e gli orecchi dei sordi si sarebbero schiusi’.

TEMI DA APPROFONDIRE:

  • “Un culto gradito a Dio è un cuore contrito ed umiliato”
  • Il battezzato è un “miracolato ” che ci sente e che parla