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La preghiera del pubblicano e del peccatore. Meditazioni sulla Misericordia

«Due uomini salirono al tempio a pregare»; di là, uno «tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro.» (Lc 18, 10.14)

Con la parabola del fariseo e del pubblicano Gesù richiama l’attenzione alle disposizioni interiori richieste nella preghiera. Il fariseo non ha il cuore disponibile ad accogliere i doni di Dio. Fa una preghiera di ringraziamento, vantandosi del bene compiuto e disprezzando gli altri. Gesù insegna che Dio non apprezza questa preghiera, ma quella del pubblicano che si presenta a lui nella sua povertà interiore, implorando con umiltà e sincerità la sua misericordia (Lc 18, 9-14).

Il Vangelo mette in evidenza due modi di pregare, uno falso – quello del fariseo – e l’altro autentico – quello del pubblicano. Il fariseo incarna un atteggiamento che non esprime il rendimento di grazie a Dio per i suoi benefici e la sua misericordia, ma piuttosto soddisfazione di sé. Il fariseo si sente giusto, si sente a posto, si pavoneggia di questo e giudica gli altri dall’alto del suo piedistallo. Il pubblicano, al contrario, non moltiplica le parole. La sua preghiera è umile, sobria, pervasa dalla consapevolezza della propria indegnità, delle proprie miserie: quest’uomo davvero si riconosce bisognoso del perdono di Dio, della misericordia di Dio.

(Papa Francesco, Omelia alla Santa Messa per la Giornata della famiglia, in occasione dell’Anno della fede, 27 ottobre 2013)