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San Massimiliano Kolbe: il bunker fu la sua ultima parrocchia

“Il comandante del campo di concentramento cominciò a scegliere dieci prigionieri per mandarli a morte. Indicò col dito anche me. Mi sfuggì un grido: avrei desiderato rivedere ancora i miei figli! Dopo un istante, uscì dalla fila un prigioniero, offrendo se stesso in mia vece. Ero sbalordito e afferravo a malapena quello che stava accadendo. L’immensità di tutto ciò: io, il condannato, avrei continuato a vivere e qualcun altro offriva volentieri e spontaneamente la sua vita per me… un estraneo”. Era Massimiliano Kolbe, un sacerdote cattolico, che offriva la sua vita per salvare un padre di famiglia nel campo di sterminio di Auschwitz. Dal primo giorno del lungo martirio, i condannati cantarono al Signore dal profondo dei loro bunker: le grida di disperazione e le bestemmie lasciarono presto il posto alle preghiere. Il padre li preparava a incontrare il loro Dio! Con grande stupore dei carcerieri, i canti contagiarono le celle introno, e tutta la prigione si mise a elevare la sua lode al Signore! Il bunker fu la sua ultima parrocchia.